L'isola

L’isola… che non c’è più A Palermo i mercati storici sono sempre stati luoghi dove passare del tempo e ristorarsi, ed è così che alla fine degli anni novanta il dopolavoro di un folto gruppo di persone, isolani delle Mauritius si spostò dalla Vucciria, troppo cara e rissosa, a Ballarò il cui mercato ancor oggi continua ad avere più scelta e prezzi migliori. Il dopolavoro consisteva nel fare la spesa per la sera, scambiare due chiacchiere e magari bere e mangiare qualcosa. Yama, anche lui mauriziano e la moglie Cita con il loro piccolo locale soddisfacevano le mie soste serali, come resistere a samusà, gateaux piment (gatò pimà), halim e al riz-frit, e la Domenica il tanto atteso Dhall pooris. Questo piccolo locale con piastrelle bianche da laboratorio era divenuto un porto di mare, un avamposto esotico nel mezzo del far west di Ballarò, la più bella porta per il centro storico palermitano. Dal bazar mauriziano vedevo chiudere le bancarelle della frutta, le macellerie, i mini market, insomma tutti i negozi possibili e potevo ascoltare le storie della giornata, dei personaggi e i suoni delle tante lingue del mercato. Era come stare sulla riva di un fiume e veder passare il mondo. Non ne avrei parlato e tantomeno scritto se nel giro di quasi dieci anni, il bazar dei “Gateau piment” sulla sponda del fiume non fosse sparito e non avessi visto trasformare il “far west” palermitano in una Las Vegas di “luci e sogni”, subendo quello che Tornatore fa rivivere al protagonista Jacques Perrin (Salvatore) 30 anni dopo, il ritorno al paese natale del Cinema Paradiso.

I miei amici Mauriziani…tutto ebbe inizio a Santa Chiara, piazza che si trova a due passi dal mercato e che prende il nome dall’oratorio, gestito allora da Don Meli, all’interno del quale lessi, in un post-it attaccato in bacheca, che il gruppo dei Dodo cercava un percussionista. Presi coraggio, chiamai e mi rispose un coetaneo delle isole Mauritius di nome Masa. I Dodo erano una band familiare che suonava non solo la musica tradizionale: il segà, il seggaé , (raggae+segà vedi Kaya ) ma anche reggae alla Alpha Blondy. Si suonava anche in otto in uno stanzino strettissimo, allora la chiesa ci prestava gratuitamente la sala prove soprattutto senza interessarsi della religione che professavi, l’obiettivo era l’Intercultura. Non durò molto questo spiraglio di avvedutezze e per le due band mauriziane gli Espoir e i Dodo non ci fu più posto. Dopo qualche anno anche Don Meli fu trasferito a Castelvetrano; ancora oggi ci sono africani che vanno a trovarlo in lacrime e che hanno il ricordo di quella loro isola felice, nella quale la cultura era la moneta di scambio e bastava esserne portatore per sentirsi ricco. Mi sentivo ricco, imparavo a vedere le Mauritius, la Costa d’Avorio , il Ghana, la Tunisia, il Marocco, il Capo verde , l’Eritrea e L’Etiopia con gli occhi dei loro abitanti, tutti della stessa città. Sempre nello stesso periodo aprì a Palermo un locale ispirato dalle stesse idee, Il Quinto Mondo di Aklilù, in pieno centro storico. Portava avanti a suon di reggae i germi dell’intercultura, era un abbraccio intercontinentale e Palermo era splendida.
Ferdinando Vella - 2019
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